Nicola e Francesco Pagano uccisero Roberto Pellegrino per motivi di precedenza

Di Ferdinando Terlizzi 

 

Pellegrino:  "Se non ti togli di mezzo, ti tiro un colpo di pistola."

Pagano: "Piglia o ribotto, piglia a pistola…!!!"

 

"...Alle 12:00 circa del 27 agosto del 1953, Roberto Pellegrino, da Villa di Briano,  di anni 22,  residente alla via Leopoldo Sant'Agata 24,  veniva ucciso mediante un  colpo di fucile sparato da breve distanza da Francesco Pagano di anni 36, da Casal di Principe. L’omicidio è avvenuto sulla stradetta che mena dal santuario di Villa di Briano in agro di Casal di Principe, a seguito di diverbio sorto circa il passaggio e la precedenza dei carri carichi di canapa, dato che la strada medesima era molto stretta. Il Pellegrino, ancora in vita,  veniva trasportato mediante  il suo stesso carro agricolo  nella propria abitazione di Villa di Briano,  durante il tragitto però decedeva. Il cadavere del Pellegrino, piantonato nella propria abitazione di Villa Di Briano, è in attesa di intervento e constatazione da parte dell’autorità giudiziaria. Informata competente territorio Arma Casal di Principe.  Nel frattempo elaborato indagine per cattura responsabile, resosi latitante. Segue segnalazione. Firmato  il maresciallo maggiore comandante la Stazione dei Carabinieri Pietro Laboccetta..."

Questo il primo laconico annuncio dell’ennesimo delitto consumato nel "triangolo maledetto Vico di Pantano-Albanova-San Cipriano". Frattanto si andavano ad acclarare i particolari del fattaccio.

Fu appurato che il 27 agosto del 1953 era pervenuta ai carabinieri di Villa di Briano la notizia secondo la quale il giovane Roberto Pellegrino era deceduto a seguito di un colpo di fucile. In proposito il dottor Remo Bruno,  rilasciò subito apposito referto nel quale si precisava che il cadavere presentava "una ferita d’arma da fuoco alla base dell’emitorace sinistro sulla parte ascellare posteriore della grandezza di circa 3 cm.  con foro di entrata e con traiettoria dall'alto verso il basso, con i bordi della ferita dello lacero contusi; sulla canottiera del morto si notavano bruciature e granelli di polvere pirica incombusta e che questi ultimi erano presenti anche sulla cute circostante la lesione".

La mattina del 27 agosto,  verso le 12:00 il Pellegrino, percorrendo con un carro agricolo carico di canapa la via che collega il santuario della Madonna di Villa di Briano con la strada provinciale, si era incontrato con altro carro, pure carico di canapa, procedente in senso inverso, guidato dal giovane Francesco Pagano.

L’impossibilità di incrocio fra i due carri e la fretta di entrambi i conducenti perché il tempo minacciava la pioggia, determinò, a detta dei verbalizzati, un vivace litigio fra i due giovani pretendendosi reciprocamente dall'uno che fosse l’altro a retrocedere e a lasciar libero il passaggio.

Ad un certo punto, secondo la dichiarazione fatta  ai dal bracciante Verracchia Luigi,  di anni 16 dipendente del Pellegrino, quest’ultimo aveva minacciato l’altro carrettiere dicendogli: "se non ti togli di mezzo ti tiro un colpo di pistola", ed aveva fatto l’atto di estrarre l’arma che aveva nella cintola.

Il Pagano era allora fuggito verso l’abitazione del padre, distante un centinaio di metri e ne era ritornato armato di fucile e seguito da altri due uomini armati di pistola.

Affrontato quindi il Pellegrino, che vistosi a mal  partito si era messo a gridare: "Buttiamo le armi… vediamocela con le mani", aveva esploso contro di lui un colpo d’arma da fuoco. Gli aggressori si erano quindi dileguati asportando l’arma della vittima.

Il teste Leonardo Gallo, proprietario della canapa trasportata dal Pagano, chiarì ai carabinieri che dietro al carro di questo ultimo erano stati costretti a fermarsi, per l’improvvisa difficoltà dell’incontro con il Pellegrino, altri due carri carichi della sua canapa guidati rispettivamente dal figlio di Angiolella Mingione e dal figlio di "Bosco", identificati in seguito in Enrico Cacciapuoti e Alfredo Alemanna.

A dire del Gallo, la prima parte dell’alterco tra i due carrettieri si era verificata mentre egli si trovava vicino all'abitazione della famiglia Pagano, intento a bere acqua insieme al fratello di Francesco Pagano di nome Nicola. Entrambi, però, erano stati richiamati ben presto dall'improvviso sopraggiungere del Francesco Pagano che entrò nella casa paterna gridando al germano: "Piglia o ribotto, piglia la pistola…".  

I due fratelli, armatisi l’uno di fucile, l’altro di pistola, si erano diretti verso la strada seguiti da Gallo maggiormente preoccupatosi per l’incidente allorché aveva notato che l’avversario dei Pagano era il Pellegrino, suo lontano parente. Il suo intervento pacificatore si era subito rilevato inutile perché Francesco Pagano aveva immediatamente esploso un colpo di fucile contro il Pellegrino che, ferito al fianco sinistro, si abbatté al suolo.

Aggiungeva il Gallo che la vittima era stata colpita a circa 2 metri di distanza e che. subito dopo l’omicidio, era stato costretto dal Francesco Pagano, che lo aveva minacciato col fucile, a consegnare la sua pistola mentre l’arma del Pellegrino venne raccolta dall'altro fratello prima di darsi, entrambi, alla fuga.

I carrettieri Enrico Cacciapuoti e Alfredo Alemanna fecero ai carabinieri pressappoco le stesse dichiarazioni. Precisarono peraltro che, quando i fratelli Pagano erano sopraggiunti armati per affrontare il Pellegrino, il Cacciapuoti era corso a trattenere il Francesco Pagano e che anche il Gallo, il quale impugnava una pistola, aveva cercato di intromettersi fra i litiganti prima che il Pellegrino fosse raggiunto dal colpo di fucile.

Si dava corso, pertanto, da parte degli inquirenti alla istruttoria formale a carico dei fratelli Francesco e Nicola Pagano, entrambi latitanti. I fatti formavano oggetto di altro rapporto dei carabinieri di Casal di Principe in data 8 settembre 53.

Oltre a confermare i precedenti risultati, i militi della Fedelissima riferirono che alla stazione dei carabinieri era pervenuto il referto del dottor Carlo Dell’Aversana da San Marcellino,  datato 28 agosto 1953,  nel quale si dichiarava che verso le 21.00 era stata riscontrata al giovane Nicola Pagano una ferita contusa alla testa lunga 1 cm. e interessante cute e sottocute. Inoltre, il Pagano - tratto in arresto il 2 settembre - indossava una camicia imbrattata di sangue ed aveva dichiarato di essere accorso sulla strada dove sostavano i carri carichi di canapa perché richiamato dalle grida del fratello e di essersi trovato improvvisamente di fronte al Roberto Pellegrino il quale, dopo aver esploso contro di lui un colpo di pistola, lo percosse ripetutamente alla testa col calcio dell’arma producendogli le lesioni riscontrate dal medico. Il giovane negò, peraltro, di essere stato anche lui armato di una pistola e affermò di non conoscere le modalità dell’omicidio del Pellegrino.

L’11 settembre, come disposto dal mandato di cattura emesso dal Giudice Istruttore per il reato di omicidio, venne tratto in arresto anche Francesco Pagano. L’imputato diede la seguente versione sui fatti: il mattino del 27 agosto, mentre percorreva la stradetta che dal santuario della Madonna di Briano conduce alla strada provinciale, trasportando con un carro la canapa del Gallo, si era incontrato con il carro del Pellegrino per cui aveva invitato questi a spostarsi sulla destra. All'arrogante rifiuto dell'altro, egli aveva fermamente manifestato il proposito di non muoversi dalla strada finché non si fosse giunti ad una pacifica soluzione. Il Pellegrino aveva allora risposto con le minacce, estraendo dal fianco la pistola ed esclamando: "Ora ti tiro un colpo". Impaurito per tale minaccia egli si era portato nell’abitazione del padre ma, incontratosi col Gallo, questi lo aveva indotto ad affrontare il Pellegrino armandolo, anzi, del suo fucile. Lo stesso Gallo, appena accortosi che l’avversario era il Pellegrino, suo parente, gli aveva improvvisamente puntato la sua pistola alla schiena intimandogli di non muoversi e quindi disarmandolo. Nel frattempo il Pellegrino esplose un colpo di pistola, andato a vuoto, contro il fratello Nicola che li aveva seguiti, poi lo percosse alla testa col calcio dell’arma. Egli aveva perciò tentato di impadronirsi del fucile e, nella breve colluttazione sorta con il Gallo, l’arma era esplosa ferendo mortalmente il Pellegrino. Concludeva affermando che l’Alemanna, dopo il ferimento, aveva esclamato rivolto al Gallo: "Don Leonardo che avete fatto?". Egli stesso gli aveva gridato: "Disgraziato, perché hai sparato?". Che Gallo, intimidito, aveva risposto: "Che ho sparato io?" … mentre ognuno si allontanava per proprio conto.

A seguito dell’arresto dei due imputati i carabinieri di Villa di Briano svolsero ulteriori indagini, gli stessi conclusero che l’arma adoperata per l’omicidio non poteva appartenere al Gallo perché nell'abitazione di quest’ultimo era stato rinvenuto il suo fucile calibro 16, coperto di polvere senza traccia di recente sparo. Che la lesione riscontrata al Nicola Pagano doveva ritenersi appositamente provocata da quest’ultimo, in quanto nessun teste aveva confermato l’episodio dell’asserito ferimento da parte del Pellegrino. Riferirono, inoltre, che il Pellegrino era il figliolo di una cugina del Gallo e che l'Alemanna aveva decisamente negato che il Gallo fosse armato di fucile e che, a seguito dello sparo, alcuni avessero rivolto parole di rimprovero al predetto.

Nel corso della formale istruttoria gli imputati confermarono sostanzialmente le loro dichiarazioni, ma chiarirono che l’arma del Pellegrino non esplose colpi perché non aveva funzionato. Il Gallo, da parte sua, ammise di aver impugnato la pistola durante l’incidente ma solo perché essa era caduta dal fodero durante la corsa. Precisò di non aver seguito immediatamente il Pagano, ma di essere accorso solo quando aveva appreso dal custode del Santuario della Madonna di Briano che "i due fratelli stavano facendo del male al figlio del rosso" (alias Roberto Gallo) suo parente;  giunto sul posto, si era accorto che l’avversario dei Pagano era il Pellegrino.

La sorella degli imputati, Lina Pagano, dichiarò invece che il Gallo, intervenuto nell'incidente, aveva esclamato in tono minaccioso all'indirizzo dei fratelli: "Questi oggi vogliono fare i morti!".

Michele Schiavone - presente al fatto -  affermò di avere sentito chiaramente la frase: "Piglia o ribotto!",  riferita da Francesco Pagano al fratello, e che avendo visto i due giovani andare incontro al Pellegrino aveva cercato di trattenere Francesco Pagano che però si era subito svincolato continuando ad avvicinarsi al suo avversario. Disse anche di avere udito la seguente frase, poco prima dell’esplosione del colpo di fucile: "Posa la pistola che ti dobbiamo fare una paccheriata!", pronunziata probabilmente da Francesco Pagano, mentre Leonardo Gallo gridava: "I figli di Paolo vogliono morire; essi si stanno litigando con mio cugino".

I fratelli Francesco e Pasquale Schiavone si limitarono a dichiarare di aver udito soltanto la frase: "Piglio o ribotto!",  detta da Francesco Pagano e, dopo pochi minuti, il colpo di fucile.

Il suocero di Francesco Pagano, Giuseppe Iovine dichiarò che nella prima quindicina di settembre era stato sollecitato dal Gallo - tramite certo Raffaele Di Nardo - a recarsi in casa di un certo Francesco Russo per assumere l’impegno, in nome del genero e dietro corrispettivo di una determinata somma, di non nominarlo nell’inchiesta giudiziaria. Aggiunse che l’incontro non ebbe luogo per essersi recato con ritardo all'appuntamento. Tale circostanza venne confermata dal Di Nardo, il quale precisò che il Gallo intendeva offrire la somma di lire 150 o 200 mila, a patto che Francesco Pagano si fosse impegnato a tacere il suo intervento nella lite.

Il Francesco Russo, cognato del Gallo, dichiarò invece che l’appuntamento aveva il solo scopo di liquidare i conti per il trasporto della canapa effettuata dai Pagano purché gli stessi si fossero impegnati a restituire la pistola. Luigi Iovine affermò di aver accompagnato il fratello Giuseppe in casa del Russo per incontrarsi con il Gallo ma di non averlo trovato.

Luigi Nappa affermò, infine, di aver assistito all’incidente del 27 agosto e di aver udito, in particolare, il Francesco Pagano che aveva detto al Pellegrino: "Tu getta la pistola che io getto il ribotto", senza che l’altro accogliesse l’esortazione perché cominciò a colpire col calcio della pistola il fratello Nicola che era disarmato.  Aggiunse il teste che un uomo anziano (probabilmente il Gallo)  aveva cercato di trattenere il Francesco Pagano che, però, riuscì a svincolarsi gridando: "Lasciami perché quello uccide mio fratello";  che egli impaurito dalla piega degli avvenimenti si era allontanato prima ancora del tragico epilogo.

Eseguita la perizia necroscopica, vennero confermati i rilievi del medico refertante concludendosi dai periti che la morte del Pellegrino era sopravvenuta per  "imponente emorragia causata dalla lesione di grossi vasi dell'emitorace sinistro e per lesioni dell’aorta addominale. Che le suddette lesioni erano state causate da un colpo di fucile caricato a pallini ed esploso a breve distanza perché aveva prodotto la frattura comminuta della decima costola; che la  direzione del colpo era da dietro in avanti e l’offensore si doveva trovare alla sinistra della vittima, leggermente alle spalle".

VICENDA GIUDIZIARIA

Gli imputati vennero rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; Giudice a latere, Renato Mastrocinue; Pubblico ministero, Nicola Damiani) per rispondere dell’omicidio volontario  in danno di Roberto Pellegrino e nella prima udienza si costituirono parte civile, oltre al padre del Pellegrino,  già costituitosi nella fase istruttoria, anche la sorella Lucrezia.

La Corte, accedendo ad apposita richiesta di tutti i difensori, eseguì l’ispezione giudiziale dei luoghi in cui si era verificato il delitto di omicidio dando atto, tra l’altro, che la casa del Pagano padre era distante quasi 200 metri dal luogo ove si era verificato l’incidente.

A conclusione del dibattimento, le parti civili conclusero per l’affermazione della responsabilità. Il pubblico ministero chiese la condanna per entrambi gli imputati per il delitto con l’attenuante della provocazione ad anni 18  di reclusione ciascuno.

I difensori degli imputati sostennero la tesi della legittima difesa, in subordine dell’eccesso colposo; per Nicola Pagano venne chiesta l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ovvero per insufficienza di prove. In linea subordinata, venne invocata l’applicazione delle attenuanti generiche e della provocazione relativamente all'omicidio nonché ancora più in subordine – per il solo Nicola Pagano – l’ulteriore attenuante della minima partecipazione.

La Corte concluse affermando la responsabilità:

"Quanto alla qualificazione giuridica dell’episodio, appaiono integrati gli estremi del delitto di omicidio volontario del quale dovrà rispondere anche il Nicola Pagano con l’attenuante, però, per aver voluto un reato meno grave. Sussiste, peraltro, il reato di violenza privata aggravata per il quale dovrà essere condannato il solo Francesco Pagano assolvendosi, invece, il fratello per non aver commesso il fatto. Ai due rei spetta, in ordine al delitto di omicidio, l’attenuante della provocazione risultando in modo pacifico che l’aggressione criminosa maturò nell'animo dei colpevoli per l’ingiusto comportamento del Pellegrino che, con il ricorso alle minacce, dovette provocare grave risentimento nell'animo dei due giovani. La pena per il delitto di omicidio che si stima fissare – conclusero i giudici – in anni 21 di reclusione per entrambi gli imputati in considerazione delle modalità dei fatti può quindi ridursi di un terzo. Potendosi inoltre concedere ai due imputati le attenuanti generiche, in considerazione dei loro ottimi precedenti penali e della loro giovanissima età. La pena per il reato di omicidio può definitivamente fissarsi per Francesco Pagano in anni 12 di reclusione. Dovendosi applicare al Nicola Pagano l’attenuante, la pena di anni 14 di reclusione va diminuita ad anni 8".

Nei tre gradi di giudizio furono  impegnati gli avvocati: Vittorio e Michele Verzillo, Giuseppe Garofalo, Ciro Maffuccini, Ettore Botti, Giovanni Leone e Giovanni Porzio.

Fonte: Archivio di Stato di  Caserta

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