Casal di Principe, Antonio Natale uccide Nicola Musto con tre pugnalate

Di Ferdinando Terlizzi

 

L’assassino era un violento con gravi precedenti. Fu arrestato con l’arma ancora insanguinata dai carabinieri che stavano in strada, indagando su di un altro delitto avvenuto la sera precedente. Mentre ammanettato veniva accompagnato in caserma, ingoiò una cambiale che era a favore della vittima

 

Verso le 10.50 del 26 Ottobre del 1953, il maresciallo dei carabinieri Antonio de Benedictis, mentre con alcuni suoi dipendenti procedeva in via Delle Rose a delle indagini circa un omicidio verificatosi la sera precedente, scorse un individuo, poi identificato per Antonio Natale da Villa Literno, che con un pugnale insanguinato tra le mani si dirigeva di corsa verso la via Serao.

Fattolo immediatamente catturare e disarmare lo fece tradurre in caserma: l'uomo confessò di aver qualche minuto prima accoltellato e probabilmente ucciso tale Nicola Musto pure da Villa Literno. Il Musto, difatti,  visitato dal dottor Antonio Diana era stato poco prima sollecitamente inviato all'ospedale civile di Aversa dove però decedette poco dopo le 11.00, a causa di ferite al torace e alla regione sovraclavicolare destra penetranti in cavità.

Il Natale, che durante il percorso fino alla caserma era riuscito - eludendo la vigilanza dei carabinieri - a lacerare e ingoiare in parte una cambiale di cui solo alcuni frammenti potevano essere recuperati  e sequestrati,  interrogato precisò  ai carabinieri che due anni prima aveva concesso in affitto al Musto, per la durata di tre anni,  con un  corrispettivo di L. 50.000,  un terreno di sua proprietà il cui rilascio era condizionato alla restituzione della predetta somma.

L'estate precedente egli - mediante i buoni uffici del fratello del Musto - aveva richiesto, dichiarandosi pronto alla restituzione del denaro di cauzione, l’anticipato rilascio del terreno ed aveva senz'altro acconsentito. Inoltre, si era affrettato ad affittare il terreno ad altro contadino che però, portatosi sul fondo aveva incontrato l’opposizione del Musto. Questi, quattro o cinque giorni prima del fatto, aveva affrontato il Natale, rifiutandosi di dare esecuzione all'accordo e non aveva esitato - mostrandosi indifferente alla situazione creatagli - a minacciar di morte chiunque si fosse portato sul terreno.

Il mattino del 26 ottobre, incontrato in Casal di Principe il Musto che viaggiava su di una motocicletta, lo aveva fermato onde chiedergli conto delle sue intenzioni e, poiché quegli aveva insistito nell'affermare la pretesa di rimanere in possesso del fondo fino fino alla scadenza del contratto, il Natale, innervosito ed intimorito per il suo contegno chiaramente minaccioso nei riguardi suoi e del nuovo affittuario, lo aveva più volte colpito col pugnale che portava addosso.

I carabinieri, accertato che il fatto si era svolto dopo breve discussione tra i due, non mancarono di interrogare il nuovo affittuario del fondo identificato in Alfonso Caterino, il quale dichiarava che era totalmente all'oscuro della vertenza tra i due ed aveva finanche fatto dei lavori preparatori per la semina. Con successivo rapporto i carabinieri denunciarono il Natale - definito tra l’altro di carattere violento, rissoso e con gravi precedenti specifici - quale responsabile di omicidio volontario premeditato.

Curiosi sul luogo del delitto

Curiosi sul luogo del delitto

Il Natale, interrogato dal pubblico ministero, raccontò che, sollecitato proprio dal fratello del Musto di nome Aniello, aveva avvicinato Nicola Musto, che difatti aveva acconsentito al rilascio anticipato del fondo aderendo anche alla sua preghiera circa una dilazione per la restituzione delle cinquantamila lire dovutegli. Se non che, quattro o cinque giorni prima del delitto, quando il nuovo colono aveva già incominciato a lavorare il fondo, Nicola Musto lo aveva avvicinato lamentandosi di ciò avanzando la pretesa di voler rimanere in possesso del terreno per tutto l’altro anno previsto dal contratto, non esitando a minacciar di morte chiunque si fosse portato nel fondo e rimanendo sordo ad ogni sua preghiera. Tre giorni dopo, incontratosi di nuovo col Musto che era in motocicletta, lo aveva fermato domandandogli come volesse risolvere la questione: quegli, però, dopo aver insistito nella sua pretesa e rinnovate le minacce, aveva fatto il  gesto di gettare a terra la motocicletta onde avventarglisi contro; che perciò, pur senza volerlo uccidere, egli lo aveva colpito col pugnale, ricavato da una baionetta militare rinvenuta tempo prima in campagna, di cui andava fornito proprio (ma non fu creduto dai giudici) per  fronteggiare eventuali aggressioni del Musto.

Al termine della fase di indagine, gli inquirenti accertarono, tra l’altro, che la morte del Musto - nel cui corpo erano state riscontrate quattro lesioni - era stata procurata da arma da punta e taglio e cagionata da anemia acuta per dissanguamento prodotto dalle ferite al polmone destro e al fegato, determinate dai colpi vibrati alla spalla destra e all'addome.

A chiusura dell’istruttoria formale il Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere - con sentenza del 1 Novembre 1954 - sulle conformi richieste del pubblico ministero - esclusa la premeditazione - ordinò il rinvio del Natale al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. Nell'approfondimento della causale del delitto i giudici nell'istruttoria avevano evidenziato che, in base alla scrittura privata del 19 Maggio del 1952 esibita in giudizio dalla costituita parte civile, il Natale concessionario di un appezzamento di terreno della estensione di circa 45 are, sito in zona "Vicana" di San Sossio in agro di Villa Literno (ancora di proprietà dell’Opera Nazionale Combattenti), cui egli andava ancora versando le quote prestabilite per il riscatto, consegnò in quella data detto fondo al Musto pattuendo con lo stesso che il possesso ed il godimento del terreno da parte di costui sarebbe durato fino al 30 settembre del 1954, giorno in cui il Natale avrebbe restituito la somma di lire cinquantamila che il Musto gli aveva versato all'atto della stipula e, in mancanza il godimento del fondo, avrebbe avuto termine con la effettiva restituzione di tale somma.

Il Natale, a maggior garanzia nell'adempimento della propria obbligazione, rilasciò una cambiale di pari importo con scadenza 30 settembre 1954 ed esonerò il Musto da ogni responsabilità nei confronti dell’O.N.C. per il mancato pagamento di quanto a questa da lui dovuto, facultandolo  a versare al predetto Ente tutto al più la somma relativa alla estensione del terreno ceduto e ad addebitargliela. E’ pacifico, altresì, che nell'estate del 1953, il Natale richiese al Musto - che aveva appena proceduto al raccolto - di rientrare, in quell'anno stesso, nel possesso dell’immobile. Tra l’altro, il Natale confermò di essersi contemporaneamente dichiarato pronto alla immediata restituzione della somma ricevuta e di essersi ritenuto libero, avendo ottenuto l’esplicito consenso del Musto, di cedere il terreno a tale Alfonso Caterino, incassando da costui parte della somma pattuita.

Molti indizi di colpevolezza emersero nel corso delle indagini dalle dichiarazioni dei testimoni. Aniello Musto,  fratello del defunto ma indotto dal Natale, dichiarò che egli stesso aveva consigliato al Natale medesimo di “riprendersi il terreno - naturalmente, aggiunse il teste – versatagli la somma di lire 65 mila che aveva avuta”. Ma il Natale rispose che non aveva voglia di lavorare la terra, ma che voleva acquistare l’esercizio di una osteria onde della consigliata risoluzione del contratto non si parlò più.

I testi indotti dal Natale, Antonio Aversano, Giuseppe Molitierno, Gennaro Di Darca e Luigi Basile, riferirono che qualche giorno prima del delitto fra i due vi fu una discussione a voce alta, una discussione animata, nella quale si diceva: "Me la piglio", e l’altro: "Non te la do!", nella quale il Musto rimarcava "Me la devo fare un altro anno e poi te la do!". Quindi una pretesa ingiusta fu avanzata proprio dal Natale che non può passare per un "provocato", per una vittima ingiustificatamente posta in una situazione irritante, perché incresciosa specialmente dopo l’affitto concluso con il Caterino. "E giova aggiungere - chiosarono gli inquirenti - che il Natale avrebbe avuto perfino il denaro necessario, perché, a fine settembre, aveva incassato dal medesimo Caterino, per anticipazione, lire sessantamila."

VICENDA GIUDIZIARIA

Antonio Natale, 47 anni da Villa Literno, arrestato il 18 Ottobre del 1953 per aver ucciso con un pugnale Nicola Musto, delitto avvenuto in Casal di Principe lo stesso giorno, con l’aggravante della recidiva specifica fu rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere composta dal Presidente, Giovanni Morfino; dal Giudice a latere, Renato Mastrocinque; e dal Pubblico ministero, Nicola Damiani.

Nel  corso del suo interrogatorio in dibattimento affermò:

"Io mi trovavo la mattina del 18 ottobre a Casal di Principe perché intendevo parlare con una persona che mi doveva fittare una stanza in quanto – avendo intenzione di aprire colà una trattoria – mi serviva un posto per dormire. Io portavo  normalmente addosso una vecchia baionetta che io stesso avevo affilato ai due lati per affettare il lardo e anche perché ero preoccupato per le minacce di Luigi Mantiello, il quale sospettava di una mia relazione con la moglie,  Rosa Giordano. Camminando per la mia strada mi vidi superare da Nicola Musto, che procedeva in motocicletta, lo chiamai per la questione del terreno ed egli – messa la motocicletta sul cavalletto – incominciò non solo a negarmi la restituzione del fondo, ma anche ad inveire contro di me e a minacciarmi dicendo che avrebbe ucciso chiunque fosse venuto sul terreno a coltivarlo,  fossi stato io od altro, affittuario. Ad un tratto, mentre io mi mantenevo calmo, egli fece un gesto come per prendere qualche arma o per aggredirmi. Io allora presi il pugnale e non ricordo poi cosa sia accaduto. Poi me ne scappai, venendo fermato dai carabinieri che mi rincorsero. Ammetto di avere lacerato  - mentre ero fra i carabinieri - una cambiale, ma faccio presente che si trattava di una cambiale che io lacerai per rabbia, non per altro motivo, trattandosi di un effetto rilasciatomi da tale  Amalia Olivieri per l’importo di lire 50 mila per un prestito che le avevo concesso. In merito ai precedenti del fatto, dichiaro che, proprio su consiglio di Aniello Musto, richiesi al Nicola Musto la restituzione anticipata del terreno naturalmente previa restituzione da parte mia delle 50 mila lire di garanzia. Il Musto accettò il patto e per ciò io affittai il terreno ad altro colono. Faccio presente che non si era stabilito nessun termine per la restituzione della garanzia. Il nuovo colono si chiamava Alfonso Caterino. Tre sere prima del fatto il Nicola Musto, trovatomi dinanzi ad una cantina vicino al quadrivio di Villa Literno, mi fece una scenata perché avevo mandato  un nuovo affittuario sul fondo."

Al termine del dibattimento il pubblico ministero chiese l’ergastolo, mentre i difensori invocarono le attenuanti della provocazione e quelle generiche.


La Corte, con sentenza del 25 Maggio 1955 condannò il Natale a 30 anni di reclusione:

"Il Natale va pertanto dichiarato colpevole – scrissero i giudici di primo grado nella motivazione della loro sentenza – del delitto di omicidio volontario con l’aggravante della recidiva contestatagli. La pena per l’omicidio può essere fissata per la gravità del fatto, le modalità della esecuzione e la personalità dello imputato, in anni 22 di reclusione da aumentarsi di anni 11 per la recidiva e fissandola definitivamente in anni 30."

Ma nel 1958, in sede di conferma della sentenza in grado di appello, scrissero i giudici:

"Al Natale pertanto, che ha dato sfogo al suo innato spirito di violenza e di prepotenza, misericordia non è meritata: le modalità del suo delitto, l’assenza di una causale adeguata (falso è il suo insinuare che era munito di pugnale per difendersi da un malato geloso) e la preordinazione non consentono attenuazioni di pena."

Antonio Natale, in sede di appello,  subì una ulteriore condanna per oltraggio alla Corte, avendo sputato in faccia ai giudici, esclamando subito dopo la lettura del verdetto ad alta voce:

"Questa è una corte di merda!"

Nei tre gradi di giudizio (il verdetto fu confermato anche in Cassazione), furono impegnati gli avvocati: Francesco Lugnano, Ettore Botti, Alfonso Raffone e Giuseppe Garofalo.

 

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

© Riproduzione riservata


Condividi Share on Facebook15Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Email this to someone

Nessun commento ancora

Lascia un commento

Inline
Inline